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Mi sei venuta incontro:
un sorriso, una parola accennata,
un abbraccio e un bacio.
Uno schiaffo e
sei passata oltre.
Del sorriso aperto,
ammiccante di fantasie, gioia di vita,
mi emoziono ancora.
La tua voce
in giravolte di sogni e speranze, accesa e sicura,
nella mia testa risuona ancora e
al calore del tuo abbraccio,
in mani ora giunte, ora curiose esploratrici su per la schiena,
mi stringo forte ancora.
Le tue labbra
vive di fremiti e d’umori,
pregne di moti d’acqua, salsedine e sole,
per la mia bocca e sulle mie labbra,
le bacio ancora.
Lo schiaffo, secco e violento,
oggi come allora,
l’animo mi tiene sveglio,
sulla pelle mi brucia ancora.

Ti ho reso pietra con forza scagliata nella quiete,
in questo rifulgente specchio d’acqua
di morta oleosa superficie,
s’apre a te cupa di profondità,
agli occhi fibrilla di moti dimenticati,
nel tempo fantasticati, talvolta mai vissuti.
Ho moltiplicato il desiderio di te stracciandoti,
gettandoti in pezzi disfatti a galleggiare
nell’immobilità delle mie azioni,
nella falsità dei ricordi, nell’insanabile memoria.
Non esisti altrove e ti rivivo qui
dove non oso bagnare i piedi,
dove vorrei tu fossi,
dove la paura di immergere un dito è
più forte della voglia di ritrovarti.

Luca

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Disfatte, chissà come,
le caotiche e tangibili nubi del giorno,
in un plateale sipario al vuoto,
annientano l’idea d’una certezza.
Di notte il cielo svanisce.
Fin dove lo sguardo arriva,
nel torvo blu coprente, un vago universo.
Le stelle, spettatrici, nell’immobile attesa,
accrescono l’idea di vuoto che spazia intorno.
Nel torvo blu coprente,
fin dove lo sguardo arriva
un moto ingrossa, un vertiginoso spasmo.
Nel vago infinito, tra disseminati dorati punti,
tutto l’imbarazzo di questo piccolo uomo.
Un blu notturno, copioso e pieno,
uno sciame di fisse capocchie dorate ove
trafiggere deliri e paure, irrazionali sogni radi.
Il ritrovarsi ad ogni alzata di sguardo,
il rivedersi esploso, errato,
disfatto in incalcolabili tremiti,
il luminescente bagliore,
in questo sciame di fisse capocchie dorate
scagliate nel più insensato dei modi,
frastorna.

Nel blu coprente,
fin dove lo sguardo arriva,
raucedine di pensieri
nel clangore di rumorose vibranti immagini,
elettriche, appaiono in lampi,
empie e dissacranti, svaniscono
assorbite e non perdendosi.
Manca la forza d’abbassare lo sguardo,
sospinto dall’irrazionale ricerca
i doloranti occhi vorrebbero fragrare,
nello sforzo di trafiggere l’incertezza
vorrebbero lacrimare,
nella smania di carpire oltre l’insofferenza
non vorrebbero vedere.
La certezza non è di questo spazio e
non è su questa terra,
di questa vita.
La strada più giù, pur lunga essa sia,
ti condurrà ove vorrà,
mai involerà le tue fredde stelle
di notte e di fremiti affamate.

luca

Occhi neri


 

 

Del nero degli occhi solo il colore.
Oltre, la profondità interiore,
uno sguardo secco, fermo,
un vedere inesorabilmente lontano.
Della fissità dello sguardo
la certezza di ciò che osserva,
la tua consapevolezza,
la paura nel fallimento, nell’incertezza.
Non c’è (vuoto) altro in cui trovar rifugio.
L’aria, permea d’ogni presenza,
del laconico fruscìo d’ogni onda,
non protegge, ministro d’un boia ti sostiene
nella mancanza fisica delle forze,
delle gambe ormai del tutto assenti.
Fuori e dentro, niente a cui appigliarsi,
l’acre acidità d’un rigurgito trattenuto
al cospetto di questi occhi riflettenti
il tuo vissuto, la presente e futura vacuità.
Quest’orizzonte, un cane fiero commiserevole,
non dà scampo, morde l’interstizi ormai in gola.

luca


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Oggi questo stormire tra gli alberi:
sfiorato, costretto ad abbassare lo sguardo
il sospiro della memoria
lieve affiora sulla pelle,
è un brivido dal celato ricordo.

Domani, forse cesserà,
l’aria mancherà,  guardare al cielo
con occhi rapaci non servirà più a niente.

Bisbigli di rametti e foglie,
di santi che soffiano al fuoco,
mistificante l’animo rabbrividisce
tra intrecci di falsati ricordi,
di perse speranze.

Eppure un altro tremore tradisce:
nell’evanescente luce diramata giù dal vento,
un altro brivido illuminante,
un’insensata gioia accresce dentro.

Ti sei mai provato in un urlo?
In un urlo che interessi le profondità del petto,
un urlo muto, dalla bocca serrata,
incarnato nei muscoli contratti,
nei nervi talmente tesi da farli vibrare?
C’è una sensazione grande di liberazione
straripante da occhi eloquenti, luccicanti,
di lacrime taglienti.
Lo hai mai provato? E un salto?
Ti sei mai provato in un salto?
In un salto che interessi le ginocchia molli
Un salto fermo inscenato in vertiginose mancanze 
nelle anche tanto leggere da parer assenti?
C’è una sensazione grande di avida felicità
vibrata da piedi malfermi, insicuri.
Lo hai mai provato?

Ho provato a vivere un attimo d’esaltazione,
un istante di furore interiore, ma ci vuole altro
per volare, per gridare alla memoria «di te ho bisogno, ti cerco, ti vinco!».

luca


Ci sono lacrime che non ti spieghi,
sgorgano inaspettate,
nate per colmare, in rivoli, un vuoto desolante.

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Dovrei vivere la notte,
di notte la testa non dorme e
il cuore che batte sono pugni al petto,
Il respiro accresce e l’aria manca sempre.
Dovrei avvolgermi meglio nella notte,
la vista di notte è più libera,
al biancore di luna
le immagini più vivide,
i passi, macinanti, più rumorosi.
Dovrei impegnate le ore più tetre,
incalcolabili,
baciare l’illuminazione circoscritta per le strade.
Dovrei imparare ad amare questa luna
nella misura dell’odio che provo per la forza abbagliante del sole.

Mi hanno parlato, di te
stai bene, dicono,
non soffri grandi disagi,
ti muovi in bicicletta, per la città.
Mi hanno detto, di te:
sei serena, dicono,
non lamenti grandi pensieri,
ti muovi con fierezza, per le strade di questa città.
Io sono sempre sulla stessa strada,
l’unica che non percorri più,
che non calpesti più.

Dovrei vivere la notte,
questa notturna strada
umida d’umori,
viso freddo e occhi umidi,
una notte intrisa di profumi muschiosi,
sguardi certi e di gatti sagoma
schiacciati agli argini.
Il giorno non mi appartiene.
Il giorno umilia l’anima,
la notte muta i sensi.

La strada prima o poi ritorna.
La terra schiacciata sotto i piedi la riconoscerai,
anche in vecchiaia.
È già successo e succederà ancora:
dieci, vent’anni, ti rivedrai più fermo della prima volta
per quella stessa strada.
È già successo e succederà ancora:
gli sguardi si incroceranno, i richiami li sentirai,
non potrai far finta di non vedere,
di non sentire una seconda volta.
È già successo. Succederà ancora.
Dovrei impegnare l’udito ed il pensiero
ascoltare questa oscurità che sa parlare,
che sa raccoglierti,
ascoltare il dramma nel silenzio,
quando nessun cane ringhia:
di notte, prede, predatori, si è tutti silenti
preda resti fermo, disarmato, stupito
o corri, corri veloce più del tempo.
A te preda la vita muore istante per istante.
Predone resti fermo, concitato, stupito
o corri, corri veloce più del tempo.
A te predatore la vita sfugge via istante per istante.
Non posso contare ogni granello di terra
raccolto tra le mani,
nient’altro che una manciata di pensieri
calpestati, sputati, mischiati da te e dal tempo,
la strada ne contiene senza misura.
Azzittito, intimorito, ci cammini sopra.
Nessuna stanchezza nelle gambe,
hai ancora un passo veloce
quando il trascorso ti ha insegnato tutto e non ne hai carpito niente,
su questa terra resti pur sempre in piedi, silente,
smarrito, preda e predone di te stesso.

luca


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Cosa mi resterà di te tutto
Quando gli anni non mi restituiranno fiato,
Quando una sedia mi vorrà su di sé fino al sonno?
Cosa mi resterà di questo abbaglio tutto
Quando colore e ombra non distinguerò,
Quando la luce monotona appiattirà lo sguardo come in un disegno?
Cosa mi resterà del respiro suadente tuo
Quando gli ultimi suoni ignorerò inascoltati,
Quando i rumori non troveranno più motivo per sconcertarmi?
Cosa mi resterà di tal persistente odore
Quando la morta aria non saprà d’altro,
Quando non distinguerò profumi, nè ristagni?
Cosa mi resterà del tempo consumato in te
Quando i rintocchi saranno inutilmente lunghi,
Quando i silenzi nel susseguirsi dei secondi non saranno più roboanti?
Dio volendo, qualcuno prega.
Dio vorrà, qualcuno teme.
Qualcosa mi butterà in te per l’ultima volta, per l’eternità
Quando chiuderò gli occhi e spegnerò il presente,
Quando una stanza mi saprà suo per sempre.
luca


Rivendica l’anima
il passato che ritorna,
a suo tempo gli sfuggì. 
Un passato che riaffiora
del corpo vuol il sangue,
il cuore lo ebbe già suo.
Del passato che ritorna
il fuoco arde,
la sua ombra estende funesta.

luca

Quanti giorni al Natale?

Una settimana e pare il tre-due-uno

debba esserlo a momenti.

Cristo nasce solo, in una notte qualunque,

nessuna attesa, nessun brindisi alle stelle,

nessuno che ne sospettasse niente, in quel tempo.

E chissà se era caldo e chissà se era notte,

quella notte,

mentre un angelo candido si mostrava

per annunciarne la rivoluzione più grande.

d’un angelo in quel tempo

nessun ne sapeva niente,

ad un pazzo a mezz’aria, allora come oggi,

nessuna attenzione.

e nessuna attesa

e chissà se si mangiasse a sazietà

e se si brindasse, in quel tempo.

Oggi sono venti, trenta passi

e poi tre scalini consunti da smisurati calpestii,

di tacchi e di suole,

suole ricche, suole povere,

suole senza un nome,

senza necessità d’essere distinte:

la pietra è miope,

guarda in faccia la sola pianta ruvida d’una scarpa,

non oltre.

Fuori, non puoi evitare d’alzare lo sguardo alla Luna

e ne cerchi i minimi particolari

quel che puoi scorgere ad occhio nudo,

per aggirare la sua luce,

per evitare il suo giudizio.

non puoi vagare

sul fogliame disperso nel cielo notturno,

la luce severa è un richiamo,

è il fuoco fatuo della tua anima

morta di passato, morta di speranze,

di realtà assetata.

Dentro, all’inginocchiatoio,

nel mezzo o giù di lì,

gli occhi del Cristo già in croce

ti giudicano alla pari del riflesso lunare,

al pari della pietra consunta

per il peso di quella ruvida suola qualunque.

avvolto dal silenzio rintronante,

lo sguardo rivolto per terra, in difetto,

riverso in un piccolo punto: un angolo di piastrella e

il suo colore,

la sua mancata forma e nient’altro,

poi via anche quella.

tra due navate, nel silenzio,

immerso nel vorticare dei decori,

il tuo peso nel tempo,

quel vago sapore di vuoto,

l’intenso senso di vertigine

in una solitudine possibile.

luca

Era da bambino


Era da bambino, tra le prime cadute, 

tra ginocchia e palmi di mano graffiati e sbucciati,

tra terra masticata tra i denti, per strada, 

per gioco, per la gioia di scoprire,

per gridare, di giorno, 

di fiato corto, di spazi aperti e poche case,

di campagna ovunque, silenzi

tra rocce affioranti e i fioriti papaveri e 

silenzi e silenzio d’intorno 

e nel silenzio il respiro, il canto 

d’uccelli sconosciuti e striduli di cicala 

nei pini e tra i salici,

fruscii di lucertole e cieli accesi, 

un blu sereno

e nuvole morbide e uccelli svelti e allegri, 

pochi ricordi da ricordare 

e non c’era sconforto 

nei pomeriggi assolati

e se guardavo al cielo: le nuvole eran un fumo chiaro 

di sigaretta accesa

fumata da mamma, da papà

e non si distinguevano,

nessuna differenza per me bambino

tra la figura di mamma e di papà.

Avrei bisogno di fuggire gli stretti spazi odierni, 

il rugoso grigiore, le strade copiose d’orpelli, 

avrei bisogno di meno costrutti 

e più cieli interminati, 

meno ostacoli sui quali rifrangere i pensieri, 

gli spigolosi ricordi falsati dal bisogno di ricordare.

È di un adulto mai cresciuto, tra sogni infranti,

tra desideri incompiuti, 

tra vane speranze, nei passi incerti dei giorni, 

sul finire dei giorni, 

nella desolazione d’una stanza, 

tra pasti senza calore, tra rancori coltivati e raccolti, 

tra invisibili recondite paure 

ci sono gli sguardi falsati, i sorrisi forzati, 

i modi fin troppo sereni,

le strade evitate, frequentazioni lasciate a morire,

uno stesso cielo d’un tempo

d’un blu non più leggiadro.
luca


Ti ho nascosta, tante volte,
tra le mie parole, negli spazi.
talvolta traspari
tra gli anfratti dei pensieri,
in quel che celano,
in quel che esprimono.
un cumulo ruvido
posto sul fondo,
eroso dai livori e dal tempo,
un muro raccolto, inamovibile,
sotto un cielo terso.
Mi sei arrivata dentro,
un luogo sacro e invisibile,
per me in gola – e si contrae,
sino al chiudersi, un vuoto d’aria
ad ogni pensiero di te.
Mi sei arrivata dentro e
hai fatto casa nell’anima,
luogo sacro e invisibile,
per me negli occhi – e straripanti,
pieni di liquide immagini,
si mostrano in rivoli
ad ogni ricordo di te.
Mi sei arrivata dentro,
mi prendi in gola e sei nell’anima,
mi hai nella carne – e del corpo,
luogo concreto e visibile, la carne trema
di rabbia e nervosa passione,
quando tra gola e anima tocco il tuo volto
e inerme ne resti intangibile, lontana
da me.
Luca