Ero disteso e lei seduta nell’angolo di letto,
ieratica nella sua nudità e nei gesti delle mani.
La schiena ritta, solenne,
la mia mano sulla sua gamba,
il volto ora nascosto, ora velato nel fumo,
mi tendeva lo spinello:
se bevo dopo aver scopato non è amore,
mi disse.
Era al secondo bicchiere, doveva detestarmi.

Ero disteso e lei verbosa parlava di sé, dei suoi amanti,
parlava di storie pareva importanti.
La schiena ritta, solenne,
la mia mano sulla sua gamba,
il volto ora serio, ora ammiccante,
mi tendeva lo spinello:
se rido mentre mi prendi non è una cosa seria,
mi disse.
Rideva e rideva alle lacrime, pareva dileggiarmi.

Nel ridere, nel fumo, nell’alcol,
con la mia mano sulla sua gamba
il mio sguardo accecava il sole
e lo sentivo caldo lassù, oltre gli intonaci,
oltre il soffitto:
bevi e ridi, le dissi sardonico e
aspirai dal suo spinello:
berrò, riderò e fumerò con te.

Bicchieri e risa e fumo tanto,
finché non smettemmo di ridere
e poi di bere.
Il denso fumo bianco ci avvolgeva
e il sole rideva oltre,
oltre, oltre, oltre,
oltre gli intonaci, oltre il soffitto.

Nel breve svanì anche il fumo e svanì lei
e il sole rise altrove,
per altri soffitti, per altri cieli.
Io tornai a bere e a ridere di me.

luca

 

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Ci provo,

a momenti guardo al cielo
nella ricerca d’un segno,
l’avvento che possa raccogliermi,
farmi proprio.

Ci provo

ed è un attimo,
la sua profondità non mi tocca,
non gioisco della sua smisurata bellezza.
Mi è impalpabile, non mi appartiene.
Forse un giorno,
come vogliono i santi, ne volerò,
ora i miei piedi si muovono sul selciato.
È qui che vedo vivere e morire,
su questa strada, inutilmente vagabondo,
vivo e muoio per i miei passi.
Non so niente del nulla,
non so nulla di inferno,
niente di pianure incantate.
Le mie scarpe alzano polvere,
le mie gambe soffrono salite e
le discese anche,
una penitenza tutta terrena.
Conosco il mio dolore e non lo so descrivere.
La sofferenza è umana,
tutta solo interiore,
un cielo non la può carpire.

È brillìo d’azzurro un cielo gentile
per gli animi sereni, luminoso
a tal punto da vederne in bagliori.
Un cielo carezzevole, così ampio e
senza macchia,
aggrazia quei cuori di vita gioiosi.

Pesante di colore,
inane d’orizzonti e d’appigli
per lo sguardo verecondo,
al pensiero vi s’apre già muto,
affannato dissolto, irrito
in un inutile svanire senza traccia.
Umiliante naufragarvi
nell’impotenza di trafiggerlo
di veemenze e rancore.

Ci provo

ed è un attimo,
la sua profondità non mi tocca,
non gioisco della sua smisurata fierezza.
Ora è il momento delle nubi
Queste nubi così pesanti,
pesanti anche nel colore
tetre nel loro muovere silente,
non mi spiego come possano fare
alte
non mi spiego come possano resistere
ferme
non mi spiego come possano nutrirsi
e persistere, fuori ogni ragione,
e raccogliere dolore, senza alcun ritegno,
e guadagnare la calma dell’aria, fuor di resistenze.
Spugne del presente,
avanti un futuro da raccogliere,
dietro una pulizia che annulla.
Potessi raggiungerle, intingerei le mani
nel pianto di madre Terra,
innumerevoli inumane lacrime,
non le mie, rese pietra,
rase in grani, sul selciato disseminate.

Luca


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Litigate, nei vostri dieci passi di distanza,
la vostra morte.
Litigate, solo le vostre voci a toccarsi,
fioretti fervidi, nel loro affondo,
s’avvinghiano e stridono.
Litigate, per il cuore che non conoscete:
lo chiamate amore, batte senza senso e
si dilania e si spegne.
Siete lontani dieci passi e vi perdete.

Vorrei venirvi contro,
prendere le vostre teste sotto le mie braccia,
avvicinarle, forte avvicinarle
per dirvi: baciatevi,
lasciate perdere cuore e anima.
Scontratevi, rendete festuche le vostre mani
per lasciare segni sulla pelle,
per affondare le dita nelle carni.
Assaporatevi, fiere infuocate
annusatevi, respiratevi.

Col cuore io c’ho provato.

Vorrei stringervi forte sotto le mie braccia,
avvicinare i vostri petti e dirvi:
toccate la carne, sentite la pelle.
Un cuore batte comunque, non ci badate.

Col cuore io c’ho provato.

Io c’ho provato.
Ho messo il cuore,
il sangue ho dato.
Ora ho qualcosa di fragile in petto,
una bianca piuma contro
mi squarcerebbe.
Un cuore vale niente,
nella carne obnubilato,
intinto nel sangue,
irrora vene e niente altro.
Un cuore vale niente.
Non racconta storie, non ascolta vite,
muore e vive, tace e batte
finché si ha un po’ d’aria da respirare.

Luca


 

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Mi sei venuta incontro:
un sorriso, una parola accennata,
un abbraccio e un bacio.
Uno schiaffo e
sei passata oltre.
Del sorriso aperto,
ammiccante di fantasie, gioia di vita,
mi emoziono ancora.
La tua voce
in giravolte di sogni e speranze, accesa e sicura,
nella mia testa risuona ancora e
al calore del tuo abbraccio,
in mani ora giunte, ora curiose esploratrici su per la schiena,
mi stringo forte ancora.
Le tue labbra
vive di fremiti e d’umori,
pregne di moti d’acqua, salsedine e sole,
per la mia bocca e sulle mie labbra,
le bacio ancora.
Lo schiaffo, secco e violento,
oggi come allora,
l’animo mi tiene sveglio,
sulla pelle mi brucia ancora.

Ti ho reso pietra con forza scagliata nella quiete,
in questo rifulgente specchio d’acqua
di morta oleosa superficie,
s’apre a te cupa di profondità,
agli occhi fibrilla di moti dimenticati,
nel tempo fantasticati, talvolta mai vissuti.
Ho moltiplicato il desiderio di te stracciandoti,
gettandoti in pezzi disfatti a galleggiare
nell’immobilità delle mie azioni,
nella falsità dei ricordi, nell’insanabile memoria.
Non esisti altrove e ti rivivo qui
dove non oso bagnare i piedi,
dove vorrei tu fossi,
dove la paura di immergere un dito è
più forte della voglia di ritrovarti.

Luca


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Disfatte, chissà come,
le caotiche e tangibili nubi del giorno,
in un plateale sipario al vuoto,
annientano l’idea d’una certezza.
Di notte il cielo svanisce.
Fin dove lo sguardo arriva,
nel torvo blu coprente, un vago universo.
Le stelle, spettatrici, nell’immobile attesa,
accrescono l’idea di vuoto che spazia intorno.
Nel torvo blu coprente,
fin dove lo sguardo arriva
un moto ingrossa, un vertiginoso spasmo.
Nel vago infinito, tra disseminati dorati punti,
tutto l’imbarazzo di questo piccolo uomo.
Un blu notturno, copioso e pieno,
uno sciame di fisse capocchie dorate ove
trafiggere deliri e paure, irrazionali sogni radi.
Il ritrovarsi ad ogni alzata di sguardo,
il rivedersi esploso, errato,
disfatto in incalcolabili tremiti,
il luminescente bagliore,
in questo sciame di fisse capocchie dorate
scagliate nel più insensato dei modi,
frastorna.

Nel blu coprente,
fin dove lo sguardo arriva,
raucedine di pensieri
nel clangore di rumorose vibranti immagini,
elettriche, appaiono in lampi,
empie e dissacranti, svaniscono
assorbite e non perdendosi.
Manca la forza d’abbassare lo sguardo,
sospinto dall’irrazionale ricerca
i doloranti occhi vorrebbero fragrare,
nello sforzo di trafiggere l’incertezza
vorrebbero lacrimare,
nella smania di carpire oltre l’insofferenza
non vorrebbero vedere.
La certezza non è di questo spazio e
non è su questa terra,
di questa vita.
La strada più giù, pur lunga essa sia,
ti condurrà ove vorrà,
mai involerà le tue fredde stelle
di notte e di fremiti affamate.

luca

Occhi neri


 

 

Del nero degli occhi solo il colore.
Oltre, la profondità interiore,
uno sguardo secco, fermo,
un vedere inesorabilmente lontano.
Della fissità dello sguardo
la certezza di ciò che osserva,
la tua consapevolezza,
la paura nel fallimento, nell’incertezza.
Non c’è (vuoto) altro in cui trovar rifugio.
L’aria, permea d’ogni presenza,
del laconico fruscìo d’ogni onda,
non protegge, ministro d’un boia ti sostiene
nella mancanza fisica delle forze,
delle gambe ormai del tutto assenti.
Fuori e dentro, niente a cui appigliarsi,
l’acre acidità d’un rigurgito trattenuto
al cospetto di questi occhi riflettenti
il tuo vissuto, la presente e futura vacuità.
Quest’orizzonte, un cane fiero commiserevole,
non dà scampo, morde l’interstizi ormai in gola.

luca


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Oggi questo stormire tra gli alberi:
sfiorato, costretto ad abbassare lo sguardo
il sospiro della memoria
lieve affiora sulla pelle,
è un brivido dal celato ricordo.

Domani, forse cesserà,
l’aria mancherà,  guardare al cielo
con occhi rapaci non servirà più a niente.

Bisbigli di rametti e foglie,
di santi che soffiano al fuoco,
mistificante l’animo rabbrividisce
tra intrecci di falsati ricordi,
di perse speranze.

Eppure un altro tremore tradisce:
nell’evanescente luce diramata giù dal vento,
un altro brivido illuminante,
un’insensata gioia accresce dentro.

Ti sei mai provato in un urlo?
In un urlo che interessi le profondità del petto,
un urlo muto, dalla bocca serrata,
incarnato nei muscoli contratti,
nei nervi talmente tesi da farli vibrare?
C’è una sensazione grande di liberazione
straripante da occhi eloquenti, luccicanti,
di lacrime taglienti.
Lo hai mai provato? E un salto?
Ti sei mai provato in un salto?
In un salto che interessi le ginocchia molli
Un salto fermo inscenato in vertiginose mancanze 
nelle anche tanto leggere da parer assenti?
C’è una sensazione grande di avida felicità
vibrata da piedi malfermi, insicuri.
Lo hai mai provato?

Ho provato a vivere un attimo d’esaltazione,
un istante di furore interiore, ma ci vuole altro
per volare, per gridare alla memoria «di te ho bisogno, ti cerco, ti vinco!».

luca


Ci sono lacrime che non ti spieghi,
sgorgano inaspettate,
nate per colmare, in rivoli, un vuoto desolante.

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Dovrei vivere la notte,
di notte la testa non dorme e
il cuore che batte sono pugni al petto,
Il respiro accresce e l’aria manca sempre.
Dovrei avvolgermi meglio nella notte,
la vista di notte è più libera,
al biancore di luna
le immagini più vivide,
i passi, macinanti, più rumorosi.
Dovrei impegnate le ore più tetre,
incalcolabili,
baciare l’illuminazione circoscritta per le strade.
Dovrei imparare ad amare questa luna
nella misura dell’odio che provo per la forza abbagliante del sole.

Mi hanno parlato, di te
stai bene, dicono,
non soffri grandi disagi,
ti muovi in bicicletta, per la città.
Mi hanno detto, di te:
sei serena, dicono,
non lamenti grandi pensieri,
ti muovi con fierezza, per le strade di questa città.
Io sono sempre sulla stessa strada,
l’unica che non percorri più,
che non calpesti più.

Dovrei vivere la notte,
questa notturna strada
umida d’umori,
viso freddo e occhi umidi,
una notte intrisa di profumi muschiosi,
sguardi certi e di gatti sagoma
schiacciati agli argini.
Il giorno non mi appartiene.
Il giorno umilia l’anima,
la notte muta i sensi.

La strada prima o poi ritorna.
La terra schiacciata sotto i piedi la riconoscerai,
anche in vecchiaia.
È già successo e succederà ancora:
dieci, vent’anni, ti rivedrai più fermo della prima volta
per quella stessa strada.
È già successo e succederà ancora:
gli sguardi si incroceranno, i richiami li sentirai,
non potrai far finta di non vedere,
di non sentire una seconda volta.
È già successo. Succederà ancora.
Dovrei impegnare l’udito ed il pensiero
ascoltare questa oscurità che sa parlare,
che sa raccoglierti,
ascoltare il dramma nel silenzio,
quando nessun cane ringhia:
di notte, prede, predatori, si è tutti silenti
preda resti fermo, disarmato, stupito
o corri, corri veloce più del tempo.
A te preda la vita muore istante per istante.
Predone resti fermo, concitato, stupito
o corri, corri veloce più del tempo.
A te predatore la vita sfugge via istante per istante.
Non posso contare ogni granello di terra
raccolto tra le mani,
nient’altro che una manciata di pensieri
calpestati, sputati, mischiati da te e dal tempo,
la strada ne contiene senza misura.
Azzittito, intimorito, ci cammini sopra.
Nessuna stanchezza nelle gambe,
hai ancora un passo veloce
quando il trascorso ti ha insegnato tutto e non ne hai carpito niente,
su questa terra resti pur sempre in piedi, silente,
smarrito, preda e predone di te stesso.

luca


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Cosa mi resterà di te tutto
Quando gli anni non mi restituiranno fiato,
Quando una sedia mi vorrà su di sé fino al sonno?
Cosa mi resterà di questo abbaglio tutto
Quando colore e ombra non distinguerò,
Quando la luce monotona appiattirà lo sguardo come in un disegno?
Cosa mi resterà del respiro suadente tuo
Quando gli ultimi suoni ignorerò inascoltati,
Quando i rumori non troveranno più motivo per sconcertarmi?
Cosa mi resterà di tal persistente odore
Quando la morta aria non saprà d’altro,
Quando non distinguerò profumi, nè ristagni?
Cosa mi resterà del tempo consumato in te
Quando i rintocchi saranno inutilmente lunghi,
Quando i silenzi nel susseguirsi dei secondi non saranno più roboanti?
Dio volendo, qualcuno prega.
Dio vorrà, qualcuno teme.
Qualcosa mi butterà in te per l’ultima volta, per l’eternità
Quando chiuderò gli occhi e spegnerò il presente,
Quando una stanza mi saprà suo per sempre.
luca