Rivendica l’anima
il passato che ritorna,
a suo tempo gli sfuggì. 
Un passato che riaffiora
del corpo vuol il sangue,
il cuore lo ebbe già suo.
Del passato che ritorna
il fuoco arde,
la sua ombra estende funesta.

luca

Quanti giorni al Natale?

Una settimana e pare il tre-due-uno

debba esserlo a momenti.

Cristo nasce solo, in una notte qualunque,

nessuna attesa, nessun brindisi alle stelle,

nessuno che ne sospettasse niente, in quel tempo.

E chissà se era caldo e chissà se era notte,

quella notte,

mentre un angelo candido si mostrava

per annunciarne la rivoluzione più grande.

d’un angelo in quel tempo

nessun ne sapeva niente,

ad un pazzo a mezz’aria, allora come oggi,

nessuna attenzione.

e nessuna attesa

e chissà se si mangiasse a sazietà

e se si brindasse, in quel tempo.

Oggi sono venti, trenta passi

e poi tre scalini consunti da smisurati calpestii,

di tacchi e di suole,

suole ricche, suole povere,

suole senza un nome,

senza necessità d’essere distinte:

la pietra è miope,

guarda in faccia la sola pianta ruvida d’una scarpa,

non oltre.

Fuori, non puoi evitare d’alzare lo sguardo alla Luna

e ne cerchi i minimi particolari

quel che puoi scorgere ad occhio nudo,

per aggirare la sua luce,

per evitare il suo giudizio.

non puoi vagare

sul fogliame disperso nel cielo notturno,

la luce severa è un richiamo,

è il fuoco fatuo della tua anima

morta di passato, morta di speranze,

di realtà assetata.

Dentro, all’inginocchiatoio,

nel mezzo o giù di lì,

gli occhi del Cristo già in croce

ti giudicano alla pari del riflesso lunare,

al pari della pietra consunta

per il peso di quella ruvida suola qualunque.

avvolto dal silenzio rintronante,

lo sguardo rivolto per terra, in difetto,

riverso in un piccolo punto: un angolo di piastrella e

il suo colore,

la sua mancata forma e nient’altro,

poi via anche quella.

tra due navate, nel silenzio,

immerso nel vorticare dei decori,

il tuo peso nel tempo,

quel vago sapore di vuoto,

l’intenso senso di vertigine

in una solitudine possibile.

luca

Era da bambino


Era da bambino, tra le prime cadute, 

tra ginocchia e palmi di mano graffiati e sbucciati,

tra terra masticata tra i denti, per strada, 

per gioco, per la gioia di scoprire,

per gridare, di giorno, 

di fiato corto, di spazi aperti e poche case,

di campagna ovunque, silenzi

tra rocce affioranti e i fioriti papaveri e 

silenzi e silenzio d’intorno 

e nel silenzio il respiro, il canto 

d’uccelli sconosciuti e striduli di cicala 

nei pini e tra i salici,

fruscii di lucertole e cieli accesi, 

un blu sereno

e nuvole morbide e uccelli svelti e allegri, 

pochi ricordi da ricordare 

e non c’era sconforto 

nei pomeriggi assolati

e se guardavo al cielo: le nuvole eran un fumo chiaro 

di sigaretta accesa

fumata da mamma, da papà

e non si distinguevano,

nessuna differenza per me bambino

tra la figura di mamma e di papà.

Avrei bisogno di fuggire gli stretti spazi odierni, 

il rugoso grigiore, le strade copiose d’orpelli, 

avrei bisogno di meno costrutti 

e più cieli interminati, 

meno ostacoli sui quali rifrangere i pensieri, 

gli spigolosi ricordi falsati dal bisogno di ricordare.

È di un adulto mai cresciuto, tra sogni infranti,

tra desideri incompiuti, 

tra vane speranze, nei passi incerti dei giorni, 

sul finire dei giorni, 

nella desolazione d’una stanza, 

tra pasti senza calore, tra rancori coltivati e raccolti, 

tra invisibili recondite paure 

ci sono gli sguardi falsati, i sorrisi forzati, 

i modi fin troppo sereni,

le strade evitate, frequentazioni lasciate a morire,

uno stesso cielo d’un tempo

d’un blu non più leggiadro.
luca


Ti ho nascosta, tante volte,
tra le mie parole, negli spazi.
talvolta traspari
tra gli anfratti dei pensieri,
in quel che celano,
in quel che esprimono.
un cumulo ruvido
posto sul fondo,
eroso dai livori e dal tempo,
un muro raccolto, inamovibile,
sotto un cielo terso.
Mi sei arrivata dentro,
un luogo sacro e invisibile,
per me in gola – e si contrae,
sino al chiudersi, un vuoto d’aria
ad ogni pensiero di te.
Mi sei arrivata dentro e
hai fatto casa nell’anima,
luogo sacro e invisibile,
per me negli occhi – e straripanti,
pieni di liquide immagini,
si mostrano in rivoli
ad ogni ricordo di te.
Mi sei arrivata dentro,
mi prendi in gola e sei nell’anima,
mi hai nella carne – e del corpo,
luogo concreto e visibile, la carne trema
di rabbia e nervosa passione,
quando tra gola e anima tocco il tuo volto
e inerme ne resti intangibile, lontana
da me.
Luca

Desiderio, diavolo elegante e gentile,
carezzevole demone che guarda all’uomo e lo sottrae al mondo,
ora diavolo spento e sgualcito,
guarda me avvilito.

Una notte arriva sempre.
particole vibranti, troppo intense,
non muovono per troppo tempo.
la luce del giorno ad un certo momento s’acquieta.
ogni cosa s’acquieta.
ma non si perde niente, è tutto ancora lì:
cielo, mare, sogno.

Da quanto è che aspetti?
quanto tempo hai passato a rammentare
ad occhi chiusi, a tastare ombre?
un alternarsi di giorni e le notti tante e
di piogge e di sole e
di cieli e mare e
sempre qui, occhi chiusi,
a rammentare, ad aspettare.

Nella luce della realtà
uno sguardo assente fa meno male.
nell’obliquità dei ricordi
uno sguardo spento toglie misura al tempo.
nella luce dell’ossessione
uno sguardo solitario raffredda ogni tumulto.
tutto s’acquieta.

Ed è calma che consuma,
è desolazione.
è un tempo piatto e lungo
teso chissà quanto,
trascorso a tastare rancori incolore
sfumati chissà come,
vivi in brandelli per gli occhi,
è il loro pianto.

Avresti preferito un tremore d’acqua,
destarti dal sonno, inerme,
guardarti intorno.
meglio sarebbe stato lavare in acqua ricordi e
rancori tutti,
in quel profondo altrove e ovunque.
in quell’orizzonte che sa di pioggia,
un largo velo lungo l’argine ora
non può che mostrarsi
porto sconosciuto
dove attraccare in emergenza.

Fatica vana quest’ormeggiare.

Potessi trattare con l’oblio, non tratterei: qui
non c’è nulla che valga,
nulla così grande di me.
la calma spegne ogni barlume.

Potessi ritrovarti, i tuoi occhi
qui li brucerei.
dei tuoi occhi, lo sguardo amaro e
quello lo cancellerei.

Potessi ritrovarti, riprenderei di te l’abbraccio,
l’ultimo che è stato,
la sua estraneità agghiacciante
qui l’annegherei.

Potessi ritrovarti, non vorrei ricordi;
quel peso denso di sbagli
rivissuti in petto e che han deformato l’anima,
lo sgretolerei.

Potessi ritrovarti, quei tuoi seni,
caldo giaciglio di sogni e certezze,
li irriderei e poi li ignorerei.

Non è la fine. Nulla è neanche passato
e tu che ridi, e tu che piangi… tu
hai riso troppo presto, tu
hai pianto troppo.

E’ la quiete ma nulla è concluso,
sotto questa volta bianca e gonfia,
questo rancoroso manto alato trattiene tutto – quando
il tutto è lontano e fuori –
un demone sospeso è lì a guardarti, sconfitto.

luca


Ricordi; sì. mi rendo conto
del tempo trascorso
dai malanni odierni e
dai ricordi – che un tempo
erano i miei ricordi –
ora perduti.

e c’era qualcosa.

mi rendo conto che c’era qualcosa e
che il vuoto ora pesa più del
fardello – che doveva avvolgere quel ricordare –
d’un tempo.
un tempo avrei potuto dire d’aver vissuto e
d’aver visto e udito. ora
posso immaginare,
posso inventare quel tempo.

c’era qualcosa, sì.

e ricordi ricorrenti vorrei averne e
sensazioni vorrei riviverne, ora,
da quel ricordare:
non le corse di bambino, tra erba alta e terra rossa,
non è la prima squilibrata pedalata di bicicletta,
tremante e chiara nel manubrio malfermo; no.
non è il sapore del tuo bacio,
il nostro primo, che ricordo; no.
non è la prima volta che ci buttammo sul d’un letto, vinti
l’uno e l’altra; no.
la nostra stretta di mano, inamovibile, la ricordo
ed era il nostro percorrere per le strette eterne vie
tra stretti eterni sguardi di vecchie case dirimpettaie:
e più strette le nostre mani.
no, c’è qualcosa
ed è una prima volta che rimpiango,
un non ricordo, un vuoto che mortifica:
la prima vista del mare,
libera, e
del mare,
il suo primo mormorio sempre continuo, e
sopra il mormorare,
il suonare del vento, limpido.

tu sei drammaticamente vivida,
il mare, il vento e il cielo, dopo – e dopo te -,
non mi sono più gli stessi.

luca


Ci leggevamo, mi dicesti. ed io
quello ho saputo fare,
leggerti a modo mio, fuori da ogni tua ragione.
leggerti, come si leggon le stelle, a modo nostro,
lontano dal loro reale pulsare.

innanzi a me un muro, un orizzonte altrove.
lo sguardo non volge fuori che da esso e pur mi ostino
alla monotonia del piattume
nella certezza di quel che non vi trovo.

le notti non sono niente.
notti che posson piovere,
che posson lasciar guardare le stelle
ma son niente e son false, le notti son finestre sporche.

c’è una stella e le stelle sono tante,
c’è questa terra e gli uomini e
c’è un dio dietro ogni cosa.
c’è una stella e le stelle sono tante,
e c’è chi ci guarda
ed è un passato ricco di rancore
ed è polvere che rimane,
ma più – ad ogni istante –  una luce di desolazione,
un futuro che si sgretola vano
nei passi di un cieco samaritano.
sotto i suoi colpi di bastone
ogni presente cade.

c’è chi guarda nelle stelle,
in quelle stelle che sono tante,
che stan ferme ad ascoltare e,
nelle stelle, ci guarda e
non ci vede niente,
fesso nel bagliore d’una luce e
in quel che vi illumina d’intorno.

ed è un giorno che si trascina lento
nella bava del tempo
e ne trascina un altro dietro
ed altri a venire, come per un lento movimento
intorno ad una stella pavida,
intorno a milioni di pavide stelle
che han solo nero notte da solcare,
che balbettano risposte lontane dal reale,
agli occhi di chi guarda,
agli occhi di chi resta a guardare.

Le parole pensate sono un respiro affannoso,
le stesse non dette sono un respiro soffocato.
ci muori di pensieri taciuti,
anche se sussurrati alle stelle.

luca


Ad un certo punto il tuo sguardo si perde
e si confonde nella smisurata grandezza del cielo.
ad un certo punto il tuo sguardo muore
oltre più non può andare: lì, sogni e speranze vorticano,
sogni e speranze si fissano e splendono
nella loro smisurata grandezza.

c’è luce buona questa notte nel cielo,
è della luna ed è delle stelle,
son luminescenze, son riflessi dei sogni dei tanti.

e buona gente, per meritare tutto questo?

ho visto buona luce in terra questa notte,
riluce dal mare, riverbera a mezz’aria,
forse pleonastica, per gli occhi lacerante.

e buona gente per meritarne?

c’è buona luce per strada questa notte,
dai lampioni e tra gli alberi, di chi ne ignora,
di chi sogna dietro ogni porta,
di chi dietro queste s’accende e punge di voglie indomite.

dev’esserci  buona gente in queste case e giù per le vie
per meritar di sognare.

tutto è così avvolgente, tutto si compenetra.
cosa c’è di incontenibile in questo mondo?
e fuori? fuori dal mondo, cosa c’è d’incontenibile?

c’è un’energica attrattiva e c’è chi non ne merita.

la mia anima è sedata, è imprigionata,
il mio corpo fioco, chiuso in una stretta di timori
e vagare per strada è un restare coi piedi inghiottiti nel catrame, nel cemento.

i motori e le auto sono fermi per questa città
e di questa città futura ruggine.

le foglie, anche loro, ora d’un albero,
ora per la terra rossa e per il vento,
si consumano di vita.

c’è gente fintamente libera giù per le strade,
troppo leggera per questa notte.

Il mare è nella culla della Terra,
la roccia, le pietre sono ben salde tra loro,
il cielo è attratto dalla Terra e le stelle, le stelle fuori
sono ferme, ammaliate da te che le aduli nei sogni.

c’è tanta gente per meritare un po’ di luce
e gente che se ne giova rapace.
c’è chi s’illumina di desideri cristallizzati negli occhi,
c’è uno sguardo ancora fisso dove più non può vedere,
dove nasce un sogno, una speranza
soggetta a incomprensibili leggi:

e lì, ove lacrime splendono,
sogni e speranza vi muoiono.

luca


Quell’uomo che si ritrova a far domande,
.                                                      domande a se stesso,
.                                                                      su se stesso,
è un uomo al banco,
.                                è un uomo che presto
.                                                         la smetterà
.                                                         di
.                                                         pensare.
la verità ha denti sani, è un demone senza maschera:
.                                                                                       nulla di bello –
.                                                                                       nossignore – ,
.                                                                                       nulla di brutto:
.                                                                                                              la verità non ha
.                                                                                                              coscienza,
.                                                                                                              senso del bello o
.                                                                                                                        del brutto,
.                                                                                                              non ha misura.
innanzi ai miei occhi, ora, è
.                                           acqua ed acqua,
.                                                                      schiumosa,
.                                                                      rilucente,
.                                           acqua che ci si può ubriacare.
innanzi al mio sguardo, ora, è
.                                              acqua che cela ogni cosa,
.                                                         padrona di sè,
.                                                         riflesso umorale,
.                                                                                    del cielo, sì,
.                                                         drappo velato e
.                                                                     volitivo, s’alza al pensiero,
.                                                                                   ne svela sconcerto.
se pur ne resto ammirato,
.                                        del mare
.                                        non ho capito
.                                        niente:
.                                                   sulle sue rive
.                                                   si può ridere e
.                                                   si può piangere –
.                                                                               il più delle volte
.                                                                                        è un pianto
.                                                                                                           vuoto d’orgoglio
.                                                                                                           colmo d’amore.
malfermo, tra gli scogli, un appiglio
.                                                           è possibile,
.                                       ci si può lasciare andare.
il cielo flette avvolgente,
.                   impassibile
.                   resta a guardare:
.                                               stanco, gonfio,
.                                               rutta nubi grigie
.                                               tra strigliate di sole.
volesse, questo cielo,
.                                  uno sguardo più ampio,
.             volesse svelare livori insoluti,
.             porterebbe alla luce realtà
.                                                         come distese di scogli sul fior d’acqua,
.                                                         mostruose creature primitive
.                       .                                 dalle quali fauci
.                       .                                 difficile è sfuggire.

il banco è lì, aspetta.
.                   ha una spalliera intima
.                   illumina e
.                   riverbera,
.                                   trafigge
.                                   bottiglie allineate
.                                                di pensieri
.                                                                  mai bevuti,
.                                                                  buttati giù e non sorseggiati,
.                                                                  non assaporati.
.                                               pensieri
.                                                              indorati,
.                                                              d’umori,
.                                                              d’anni vomitati.

luca


Mi chiedo quanti luoghi avrai sorvolato,
quanti cieli avrai trafitto col tuo becco puntuto,
quanto vento avrai sfruttato per arrivare fin qui.
fin qui dove nulla ha importanza,
dove il cielo è solo cielo e la sabbia calda, irregolare,
non offre niente, nient’altro che sabbia
o solo me, un po’ più in là, sedutovi sopra.

mi chiedo dove avrai imparato ad aver paura d’un uomo e
chi t’avrà insegnato ad evitarmi,
a non ascoltarmi,
chi a stare a cento,
a mille ali a me distante,
chi a volar via ad un mio primo accenno.

hai avuto un grande maestro, mi dico,
bravo sei stato a dargli importanza.
io né l’uno, né l’altro,
o se maestro v’è stato
non ho voluto riconoscerne
il suo insegnamento.

mi chiedo se tentazioni hai sofferto,
se il mare non t’ha mai chiamato
per uno sconforto o nel duro percorso.
mi chiedo dove hai imparato a sopraffare il dolore.

hai avuto un gran maestro, mi dico,
bravo sei stato a saperlo ascoltare.
io né l’uno, né l’altro
o se maestro ho ascoltato
leggero ho lasciato che ogni suo consiglio perisse.
di tentazione io son malato.

luca