Memorie nel vento


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Oggi questo stormire tra gli alberi:
sfiorato, costretto ad abbassare lo sguardo
il sospiro della memoria
lieve affiora sulla pelle,
è un brivido dal celato ricordo.

Domani, forse cesserà,
l’aria mancherà,  guardare al cielo
con occhi rapaci non servirà più a niente.

Bisbigli di rametti e foglie,
di santi che soffiano al fuoco,
mistificante l’animo rabbrividisce
tra intrecci di falsati ricordi,
di perse speranze.

Eppure un altro tremore tradisce:
nell’evanescente luce diramata giù dal vento,
un altro brivido illuminante,
un’insensata gioia accresce dentro.

Ti sei mai provato in un urlo?
In un urlo che interessi le profondità del petto,
un urlo muto, dalla bocca serrata,
incarnato nei muscoli contratti,
nei nervi talmente tesi da farli vibrare?
C’è una sensazione grande di liberazione
straripante da occhi eloquenti, luccicanti,
di lacrime taglienti.
Lo hai mai provato? E un salto?
Ti sei mai provato in un salto?
In un salto che interessi le ginocchia molli
Un salto fermo inscenato in vertiginose mancanze 
nelle anche tanto leggere da parer assenti?
C’è una sensazione grande di avida felicità
vibrata da piedi malfermi, insicuri.
Lo hai mai provato?

Ho provato a vivere un attimo d’esaltazione,
un istante di furore interiore, ma ci vuole altro
per volare, per gridare alla memoria «di te ho bisogno, ti cerco, ti vinco!».

luca

Di te, in eterno.


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Cosa mi resterà di te tutto
Quando gli anni non mi restituiranno fiato,
Quando una sedia mi vorrà su di sé fino al sonno?
Cosa mi resterà di questo abbaglio tutto
Quando colore e ombra non distinguerò,
Quando la luce monotona appiattirà lo sguardo come in un disegno?
Cosa mi resterà del respiro suadente tuo
Quando gli ultimi suoni ignorerò inascoltati,
Quando i rumori non troveranno più motivo per sconcertarmi?
Cosa mi resterà di tal persistente odore
Quando la morta aria non saprà d’altro,
Quando non distinguerò profumi, nè ristagni?
Cosa mi resterà del tempo consumato in te
Quando i rintocchi saranno inutilmente lunghi,
Quando i silenzi nel susseguirsi dei secondi non saranno più roboanti?
Dio volendo, qualcuno prega.
Dio vorrà, qualcuno teme.
Qualcosa mi butterà in te per l’ultima volta, per l’eternità
Quando chiuderò gli occhi e spegnerò il presente,
Quando una stanza mi saprà suo per sempre.
luca

della carne, nell’anima, del cuore


Ti ho nascosta, tante volte,
tra le mie parole, negli spazi.
talvolta traspari
tra gli anfratti dei pensieri,
in quel che celano,
in quel che esprimono.
un cumulo ruvido
posto sul fondo,
eroso dai livori e dal tempo,
un muro raccolto, inamovibile,
sotto un cielo terso.
Mi sei arrivata dentro,
un luogo sacro e invisibile,
per me in gola – e si contrae,
sino al chiudersi, un vuoto d’aria
ad ogni pensiero di te.
Mi sei arrivata dentro e
hai fatto casa nell’anima,
luogo sacro e invisibile,
per me negli occhi – e straripanti,
pieni di liquide immagini,
si mostrano in rivoli
ad ogni ricordo di te.
Mi sei arrivata dentro,
mi prendi in gola e sei nell’anima,
mi hai nella carne – e del corpo,
luogo concreto e visibile, la carne trema
di rabbia e nervosa passione,
quando tra gola e anima tocco il tuo volto
e inerme ne resti intangibile, lontana
da me.
Luca

passi odierni


Non c’è forza
nel muovere un passo dietro l’altro.
c’è l’abitudine di oggi,
c’è sforzo e c’è esigenza,
e son passi che pesano
lontano da te.
tanto più pesanti,
più lenti, tanto più inutili, oggi,
lontano da te.
i rondoni, gli storni di giugno,
rapidi tra balaustre e cornicioni,
vorticanti e chiassosi sulle cime dei
folti melograno, oltre il recinto,
stridono ancora ma non li sento e
quel balcone, sulla porta socchiusa al vento,
assolato di pietra e di muschio, di odori e di fiori
è già memoria spenta.
le lenzuola calde sul letto, roventi
al sole filtrante,
pregne di noi,
tra il pulviscolo dei pollini e l’azzurro fuori
d’un cielo che irrompe di luce
nella penombra dentro,
giacciono ora fredde di memoria ostinata,
raccolgono silenzi di quel tempo,
lasse sensazioni.
restano passi odierni, passi lenti
lontano da te,
conservano orme di quel giugno:
vuote.
son passi dovuti al giorno,
forzati al vivere,
lontano da te.

luca

luna deridente


Tu che osi sfidarmi, che mi vinci
costantemente,
tu che provochi i mie passi lenti, tu
morirai delle mie paure.

La luna guarda tutti indistintamente,
non prova brivido per i miei errori.
il cane, col suo muso poggiato sulla gamba,
ha più memoria di me,
ha più fegato di me.

Tu grida e perditi per questa superficie,
grida e perditi per questo deserto
e, se hai coraggio, affoga.
affonda nelle viscere, rivivi il tempo.
tu grida, che nel silenzio circostante
l’urlo ha sapore di ricchezza.
tu, che di silenzio sei un misero,
grida e perditi
sospinto dai ricordi raccolti nel vento.
grida, perditi in esso.

Nel vuoto sei la tristezza d’una luna deridente,
sei gelido.

luca

Ricordi da un treno, ricordi davanti ad un bicchiere


Ricordi
le pietre poste le une sulle altre
proprio ai margini del binario?
Ricordi?
Veloce, ci passavamo sopra,
un muro robusto, solido
esse ci apparivano.
A mani intrecciate
nella luce rotta dalle gocce taglienti,
ne guardavamo dal finestrone
sporco di terra, bagnato di pioggia.
E’ nella scolatura violacea ora,
è nell’adombrare mal celato ora
il ricordo.
Ora è nel vetro di un bicchiere
che racconta di vino,
innalzo alla luce dei ricordi
ora fermi ad osservare,
pietra su pietra,
un muro.
Ora,
ricordi solitari e fermi
su d’un treno fermo
che troppo lascia intravedere.
Ora,
un muro franante,
un muro troppo fragile o
da salvare.

luca

fuori dagli ombrelloni


Sbilenche lance

inforcate nella sabbia,

gli ombrelloni

dintorno e dal sole,

tiranno e sincero,

nascondono.

ed io, sul mio telo,

fuori da essi

son nudo e

non avrei nascondiglio

se non fosse del loro:

venose, mutevoli nuvole

partorite dal nulla,

sorvolanti tra me e l’azzurro e

l’accecante vuoto,

veli dormienti che

mai ugual ne ritornano

partorienti negli occhi

roboanti pensieri.

E se poesia è,

come più lesta parola,

questo mare è l’ansimare

montato ad ode

da musici infami e

infimi riecheggi, è

il seme goduto dal pensiero

assorto in se stesso e

dell’ombre veloci

sospinte sull’’acqua e

che ne fuggono il vuoto e

che in esso si perdono.

La morte più pura

è svenato

in queste acque.

La morte più pura

è svuotato

dal sangue dei pensieri e

nel sangue lavato,

qui diluito

sino a quell’infinitesima lacrima

che meno non saprei e

ivi trascinato,

per ogni dove sospinto,

fluttuato e

protetto dall’ombre stesse;

in esso finemente disperso.

la morte più pura:

perdersi

in questo canto.

luca

parole in ammollo per musica muta


Ho guardato in un film,
non vi ho visto niente.
agli orecchi:
parole, musica,
rumori
che non ho udito e
un volto, un titolo
non lo posso ricordare.
è pensare,
pensare e
pensare ad altro e
ad altro ancora
quel che ho saputo fare:

di scrivere nell’impossibile
di gioie in lacrime,
sottratte a palafitte
troppo alte
dove amore guarda rabbioso
il vento che sotto non tocca e
raccontare ai fogli della mente
di solitudine,
dei rancori o quel che di me
chiamo dolori,
una luce o un fiore,
una strada calda,
lontana,
l’acqua ferma sotto cui vivo.

Ed io godo di cuore e
con gli occhi godo
nel coltivare i sogni
e nel tenere i ricordi
in risaie, gonfie e umide
dove il sole non muore mai,
è in superficie, è lì
dove i miei occhi
invecchiano vedendone
grande, caldo e grande
il riflesso,
sotto di essa;
in stasi,
in una musica muta,
tra parole in ammollo.

luca

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se parli non dormo


dormo, non dormo.
musica,
è l’unico rimedio
per chiudere gli occhi
alle mute parole.
musica,
non c’è.
e non dormo, e non ci riesco.
troppo chiassose le immagini
che esplodono in mille voci
nella testa di un moribondo.
e non dormo, e non ci riesco
con gli occhi che cercano il buio
nel buio e
non ne vedono.
e non dormo, e non trovo sonno facile
nel fremere che muove epilettiche
le dita della mente.
voglia di scrivere
ma non di me,
di battere le dita
su infinite tastiere
ma non per me,
voglia di sognare più forte
un mondo
che non ha sofferto mai
i miei passi o i tuoi,
d’una stretta strada
tra case scrostate dal tempo,
ingiallite,
dal tanfo umano impregnate
lontano dall’odore della pelle
che è il tuo, che
come un cane fiuto,
che bramo, che maledico.
scrivere di un mondo deriso e
disilluso,
per guadagnarci
nella libertà
di non pensare più
al mio delirante, decrepito.
Fottere con violenza il formicolio
che fotte la testa e
spingere come un ossesso
fino al parto
di cento e poi cento
pensieri marci
travestiti da te, sputati a me.
e non dormo, e non scrivo,
e non sogno, e non fuggo
e ne soffro e ne godo,
e ne voglio e ne parlo
e non dimentico e ti rivivo.
musica,
non c’è,
la mente nel buio
in tutto
parla di te.

luca