Disfatte nubi


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Disfatte, chissà come,
le caotiche e tangibili nubi del giorno,
in un plateale sipario al vuoto,
annientano l’idea d’una certezza.
Di notte il cielo svanisce.
Fin dove lo sguardo arriva,
nel torvo blu coprente, un vago universo.
Le stelle, spettatrici, nell’immobile attesa,
accrescono l’idea di vuoto che spazia intorno.
Nel torvo blu coprente,
fin dove lo sguardo arriva
un moto ingrossa, un vertiginoso spasmo.
Nel vago infinito, tra disseminati dorati punti,
tutto l’imbarazzo di questo piccolo uomo.
Un blu notturno, copioso e pieno,
uno sciame di fisse capocchie dorate ove
trafiggere deliri e paure, irrazionali sogni radi.
Il ritrovarsi ad ogni alzata di sguardo,
il rivedersi esploso, errato,
disfatto in incalcolabili tremiti,
il luminescente bagliore,
in questo sciame di fisse capocchie dorate
scagliate nel più insensato dei modi,
frastorna.

Nel blu coprente,
fin dove lo sguardo arriva,
raucedine di pensieri
nel clangore di rumorose vibranti immagini,
elettriche, appaiono in lampi,
empie e dissacranti, svaniscono
assorbite e non perdendosi.
Manca la forza d’abbassare lo sguardo,
sospinto dall’irrazionale ricerca
i doloranti occhi vorrebbero fragrare,
nello sforzo di trafiggere l’incertezza
vorrebbero lacrimare,
nella smania di carpire oltre l’insofferenza
non vorrebbero vedere.
La certezza non è di questo spazio e
non è su questa terra,
di questa vita.
La strada più giù, pur lunga essa sia,
ti condurrà ove vorrà,
mai involerà le tue fredde stelle
di notte e di fremiti affamate.

luca

io inconsistente


ora, nient’altro che i tuoi occhi;

nel tuo sguardo diretto e

nel tuo sogno volitivo

era il noi e

in quel noi prepotente

quel cauto: tu, io.

tu, cos’hai visto?

cosa vedrai,

da delusa, nei frantumi

di quel che più non è,

in quel io più assoluto?

le finestre,

da tempo aperte

al caldo estivo,

soffiano le polveri di

un noi silenzioso, presente e lieve;

bagliori

rapiti da luce suadente e

dietro: gli stessi libri

ammassati,

la vecchia vita

che non prende a vivere.

Io avanti e io dietro,

nel mezzo

io pulviscolo,

leggiadro e inconsistente io.

ma poi, sempre avanti a tutto:

io fermo, io guardo,

io sogno.

io sogno e sogno

oltre i vecchi libri,

oltre la vecchia indecisa vita,

di te,

oltre noi:

cosa vedranno,

ora,

i tuoi occhi,

cosa più non vorranno?

luca

fuori dagli ombrelloni


Sbilenche lance

inforcate nella sabbia,

gli ombrelloni

dintorno e dal sole,

tiranno e sincero,

nascondono.

ed io, sul mio telo,

fuori da essi

son nudo e

non avrei nascondiglio

se non fosse del loro:

venose, mutevoli nuvole

partorite dal nulla,

sorvolanti tra me e l’azzurro e

l’accecante vuoto,

veli dormienti che

mai ugual ne ritornano

partorienti negli occhi

roboanti pensieri.

E se poesia è,

come più lesta parola,

questo mare è l’ansimare

montato ad ode

da musici infami e

infimi riecheggi, è

il seme goduto dal pensiero

assorto in se stesso e

dell’ombre veloci

sospinte sull’’acqua e

che ne fuggono il vuoto e

che in esso si perdono.

La morte più pura

è svenato

in queste acque.

La morte più pura

è svuotato

dal sangue dei pensieri e

nel sangue lavato,

qui diluito

sino a quell’infinitesima lacrima

che meno non saprei e

ivi trascinato,

per ogni dove sospinto,

fluttuato e

protetto dall’ombre stesse;

in esso finemente disperso.

la morte più pura:

perdersi

in questo canto.

luca

In tavola, tra una cena bruciata e una bottiglia di vino


Hai bruciato la cena,
al mattino hai timbrato in ritardo,
ti perdi nei grovigli di cavi e
non ne esci;
è tua ogni colpa,
di ogni passo ne fai un errore:
cane all’angolo, offeso,
ti pesa tra gli occhi l’indice
puntato da tutto un passato,
minacciosa è la mano
della intiera umanità.

Quale percorso perverso
ho lastricato per titolarlo a mio nome?

Quanta vita riflessa può
scorrere in superficie,
vita arruffona,
distorta e facile
per chi non l’ha vissuta.
uno specchio di vino rosso,
riflette solo quel poco di luce
e sopra,
sopra vi è
uno stuolo di santi curiosi
vergognosamente silenti
nei giorni rudi, silenti
finanche nel sole più alto
dei giorni migliori.
Un lungo sorso,
un bicchiere ancora,
magari
e giù di vino,
giù la vita riflessa,
giù lo stuolo di santi
e…

ho una gomma
pietosamente a terra;
domani, ancora tardi:
per questa sera
si fotta;
giù anche lei,
sozza,
tra la candida schiera
dei tanti benpensanti.

luca

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pioggia di primavera


è solo acqua, piovuta
per nessuna ragione e che,
in terra, ne resta
per nessuna ragione.
non capisco questo cielo
che s’accanisce
nel lavar strade e
case e alberi e foglie
e i pochi fiori
che s’attardano
a svegliarsi:
“ti chiamano Primavera,
nome da reginetta,
ma le regine,
fiaba al seguito,
son trapassate”.
il sogno si spezza
in un lampo, la strada
s’illumina, vera, desolata;
e via anche questa luce
nella notte
che addiaccia e che
acceca.

è la natura,
tanto strana la natura,
non la comprendo
ma ci sbatto contro,
come nel calpestio
nella pioggia
che trapana le scarpe e
bagna i calzini
che di lei
arriveranno domani
a puzzare.
La natura s’accanisce
nella sua frenesia
di ordire, di fare e
spazzare e lavare e
smuove le fronde e
inondare le vie e
portar con sè uomini e
degli uomini, vite.
strana natura che non
ragiona, che mi entra
fin dentro i calzini, che
rumoreggia e riluce
in bolgie senza ode.
Mi nasconde la Luna
celandola nel rigonfio del
cielo, beffarda
mi priva di quel poco di luce.
se tremo, la temo,
piano cammino
schioccando forte le suole
nell’acqua;
non deve capire,
non gliela dó a vedere,
non la lascio cantare
di gioia.
dentro tremo, lei
piove rabbia.

luca

e il viaggio continua (16, Marzo 2007)


oramai sono qui, su questo treno.
viaggio per un non so dove.
qua e là sobbalzi e brusche deviazioni
ma resisto, resto in piedi.

ed ora? …che succede?
sento che si sta fermando ma
non c’è stazione.
fuori solo secca vegetazione.

è fermo.

il portellone del vagone si apre e
assaporo l’odore della paura:
l’odore di tutte le mie paure unite
in una unica corposa nera sensazione.

una figura oscura appare ai miei occhi.
sale i pochi gradini metallici
dan… dan… dan…

il rumore dei suoi passi,
ancor più freddo
dello stesso metallo che calpestano,
mi risuona ruvido nella testa.
dan… dan… dan…

senza fare un passo
mi ritrovo sospinto al muro:
capisco e mi dico
“non vuole me”.

la figura, maestosa
e fiera, mi guarda ma dai suoi
occhi non trapela sentimento.
procede sicura per il lungo corridoio e,
solo in quel momento,
mi rendo conto che non fa ombra:
è ombra di se stessa.

paf.. paf.. paf..
i suoi passi sulla logora gomma.

si allontana da me ma,
il rumore primordiale rimane
fisso nella mia testa
sempre livido e agghiacciante.
la ribaltina del vagone si
apre,
al suo passare,
dandogli accesso al più lungo corridoio.
un unica presenza umana:
la ragazza.

la ragazza, fuma seduta sul seggiolino ribaltabile
sotto il finestrone centrale:
alza la testa,
cerca il suo sguardo e
protende, teso il braccio.
la mano che l’accarezza

e appanna la vista sino
a spegnerla del tutto.

in quel momento sgomento noto
che la figura assorbe la poca luce:
e non vi è ombra intorno se:
è ombra di se stessa.

paf… paf… paf…
prosegue e, nel suo lento andamento,
ridiscende.

dan… dan… dan…
ora il treno riprende lento il suo sferragliare.
la corsa continua.
la ragazza è spenta e
non conoscerà mai pace.

luca